Da quando ho ripreso a scrivere della figura di Ulisse ho risentito dentro di me la simpatia, la stima per questo eroe che mi ha accompagnato in tanti momenti della mia vita con le sue avventure
Fatti non foste a viver come bruti
ma per seguir virtute e canoscenza

Dante lo fa parlare in questo modo nel XXVI canto dell’Inferno e spesso mi chiedo perché queste parole mi tornano spesso alla mente e cosa significano, adesso, per me. Credo mi ricordino che il senso della vita è qualcosa di più profondo della necessità di trovare una qualche soluzione alle preoccupazioni di ogni giorno. Non si vive per lavorare ma si lavora per vivere, commenta qualcuno. Mi viene da aggiungere che il senso di questi versi fa a pugni con l’etica della nostra società. Non siamo fatti per consumare ma per dare senso e direzione alla nostra vita e per farlo dobbiamo a volte avere il coraggio di attraversare le colonne d’Ercole, uscire dalla la nostra comfort zone e navigare in mare aperto, per cercare di trovare qualcosa che abbia senso per noi e possa darci tutta la gioia di vivere.
Nella Divina Commedia la storia di Ulisse finisce male
Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.138
Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque,141
infin che ’l mar fu sovra noi richiuso”.

Dante, secondo alcuni critici, accosta il suo viaggio ultraterreno a quello dell’eroe greco, trova delle similitudini: anche il suo avviene in territori che l’uomo non conosce ma è convinto che l’aiuto divino lo accompagni e sia la sua salvezza. Noi non abbiamo la stessa certezza per il nostro cammino, possiamo però pensare che forse che vale la pena rischiare, che dobbiamo farlo, che non abbiamo altra scelta anche se il rischio è grosso, che possiamo venire travolti e inghiottiti dalla nostro grande sogno di conoscere e di crescere perché questo serve a dare un senso alla nostra vita. Qual sarà il nostro traguardo? La Terra promessa, che intravediamo nei nostri sogni o qualcosa di più semplice, più concreto, più alla nostra portata? Non possiamo saperlo, ce lo può svelare solo il viaggio, l’avventura
Nell’Odissea Ulisse sceglie di ascoltare il canto delle sirene e si fa legare dai suoi compagni all’albero maestro della nave per poter resistere. Questi non ascoltano le sue suppliche, non fanno caso ai suoi gesti, non lo sciolgono fino a quando non si sono allontanati dalle tentatrici. Questa prova è rischiosa ma non crea un reale confltto con la meta finale. Ulisse vuole tornare da sua moglie, dalla famiglia. Il suo obiettivo è chiaro: Itaca, tutto il resto, alla fine, è poco importante. Nel libro di Dante invece sa cosa lascia ma non sa cosa può trovare. Per questa ragione I suoi due viaggi sono molto differenti: nel primo è più facile identificarsi con lui e la storia ha un lieto fine, il secondo ci lascia un finale senza speranza che possiamo modificare solo se lo riscriviamo noi di nostro pugno, mettendoci alla prova
