Sto lavorando ad un acquarello. Ho quasi finito. Non sono convinto del risultato, manca qualcosa. Poi lo giro. Adesso lo guardo da un’altra prospettiva, quasi ci siamo. Sta nascendo qualcosa di nuovo.
Non sono mai stato bravo a disegnare, mentre ho avuto sempre una grande passione per i colori. Ho frequentato dei corsi di disegno e di pittura poi ho lasciato tutto da parte. Ho ripreso i pennelli quando ho iniziato il corso di psicodramma e arte e da quel momento non li ho più abbandonati. Ho lavorato parecchio. Però non ho mai ripreso a disegnare e devo dire che da quel lato le mie capacità sono davvero infantili: disegno come un bambino. Questa mia mancanza mi ha portato a lavorare sui colori e credo che questa via mi sia stata dettata da una parte di me che non voleva vedermi disegnare, desiderava che mantenessi la mia ingenuità, la mia ignoranza. Così guardavo e ammiravo grandi pittori: Rothko, Haring, Klee ma ne coglievo soprattutto il turbinio dirompente di colori e l’accostamento audace di tonalità. Scrivo tutto questo perché a volte ho la sensazione di seguire una voce interiore che mi dice cosa devo fare, qual è la mia strada. Forse non è il cammino migliore in assoluto ma è la mia e devo fare quella. Quando parlo di percorsi di integrazione faccio riferimento proprio a quello di cui sto parlando ora, la voglia di seguire la voce interiore per giungere ad uno scopo che forse non conosco appieno ma che in qualche misura intuisco e devo seguire. Ho avuto modo di leggere dei libri su questo argomento, uno dei quali, Il codice dell’anima di Hillman mi ha davvero affascinato. Ho voluto però parlare di questo argomento partendo dalla mia esperienza personale perché non volevo dar l’impressione che la mia fosse solo una riflessione teorica. I percorsi di integrazione che cerco per me e che propongo ad altri sono esperienze che vogliono arricchire la realtà mettendomi in relazione a parti con cui fatico a stabilire un contatto. Il percorso di integrazione è di tipo inclusivo: non mi obbliga a scegliere, non mi fa scartare cose che già ho ma me ne fa acquisire di nuove, non mi fa solo conoscere mentalmente ma mi fa entrare in relazione, dialogare, accogliere quello che prima non consideravo. Il percorso di integrazione è un cammino che non nasce da un bisogno esterno. Può essere provocato da qualcosa ma segue ad un certo punto una propria strada, è il nostro sentiero, quello fatto per noi. Non siamo obbligati a farlo, possiamo ignorare la chiamata. il suo sentiero può apparire scomodo, faticoso, difficile da capire ma se non lo percorriamo corriamo il rischio che il senso della nostra vita sia definito da qualcuno o da qualcosa fuori di noi e che accettiamo questo compromesso per stanchezza, debolezza, consuetudine.